Impotenza
Credo di averla finita, la pazienza. Non oggi. Oggi forse l’ho solo vista bene, che non c’era più. Forse era sparita da un pezzo, ma oggi, con quei due finestrini rotti e il vuoto nella macchina, l’ho capita che era finita. Si era consumata piano, come certe parole che tieni dentro per anni, perché ti sembra sempre meglio così. Poi un giorno apri la portiera, trovi il vetro ovunque, e all’inizio non capisci. Poi capisci. E ti viene da ridere, ma è un ridere vuoto, un ridere che sa di resa.
Non hanno preso molto, in fondo. Ma l’effetto è quello. Come se mi avessero svuotato anche io, insieme alla macchina.
Non è la prima volta, e nemmeno la peggiore, ma oggi mi ha preso male. Forse perché da un po’ viviamo così, reggendo tutto con i denti stretti, in piedi mentre il mondo cade a pezzi. Ci abituiamo alle guerre, agli stupri, al razzismo, ai bambini morti sotto le bombe, come se fosse il meteo. E intanto paghiamo le bollette, facciamo il pieno, salutiamo con educazione, sorridiamo a gente che ci spintona, ci taglia la strada, ci insulta, e ogni giorno lasciamo andare, lasciamo correre, e va bene così. Ma non va bene così. Non dovrebbe. E il problema non sono due finestrini, lo so benissimo. Il problema è che ogni gesto, anche il più piccolo, ti ricorda quanto sei solo, quanto sei stanco, quanto ogni giorno qualcosa ti viene tolto, silenziosamente.
La speranza, per esempio. La fiducia negli altri. L’idea che esista ancora un senso. Una giustizia. Perché non c’è, giustizia. Non per davvero. C’è chi fa il male e se ne va tranquillo, c’è chi si spezza la schiena e non arriva mai da nessuna parte. E poi ci siamo noi, che restiamo a guardare il vetro per terra e pensiamo che forse è finita. Non la giornata. Non la pazienza. Qualcosa di più profondo. Qualcosa che non sappiamo nemmeno nominare. Ma che manca. E si sente.