Gyoza
Tipo quella volta che ero con R. e parlavamo dei gyoza. Che poi sono ravioli cinesi, ma anche giapponesi, dipende da chi li fa e da chi li mangia. Comunque quei cosi lì, che dentro c’è la roba buona, tipo carne, cavolo, zenzero, e fuori la pasta, e poi li cuoci al vapore o in padella, e ti senti un po’ uno chef.
Arrivano. Caldi. Un po’ lucidi e R. prende le bacchette, ne prende uno. Lo guarda come si guarda qualcosa in cui ancora si spera. Come si guarda un cuore che non ti ha ancora deluso, ma che sai che potrebbe. Poi lo morde e fa una pausa. Mi guarda e dice:
"Vedi, io ci provo, tutte le volte. Gli do una possibilità. Sempre. Ma loro... mi deludono. Sempre. Non sono mai buoni come dovrebbero."
E lì, io la guardo e lei è seria. Serissima e niente, ci viene da ridere. Che poi è quella risata lì, che ti salva la giornata. Forse, la verità è questa: che certe cose, tipo i gyoza, ti illudono, ma va bene. E certe persone, anche quando sono deluse, anche quando parlano di ravioli, sono capaci di dirti che hanno ancora voglia di crederci.
Perché a volte basta uno sguardo, una frase strana, e sei di nuovo intero, o quasi. Che va bene. Non è il raviolo, è chi ti guarda mentre lo morde. Chi ci spera, anche se sa com’è andata le altre volte. Chi ti fa ridere, senza volerlo.
E da quel momento, ogni volta che mangerai un gyoza, ti ricorderai che certe cose deludono. Ma ci provi lo stesso. Perché magari, stavolta, sono buone davvero.