Hai mai provato a montare a neve gli albumi?
Io sì. L’altro giorno. Avevo fatto il tiramisù, mi erano avanzati gli albumi, e siccome ormai buttare il cibo è un peccato più grave dell’infedeltà, ho pensato, vediamo che ci posso fare.
Internet, come al solito, ha risposto con sicurezza: le meringhe. Solo albumi e zucchero, facile, ho detto. Una cazzata, ho pensato.
Ecco, è facile se hai le fruste elettriche. Io no. Io avevo solo un coso che sembrava ridere di me e un po’ di orgoglio. Che ho detto: cosa vuoi che sia.
No.
Trenta minuti di battaglia. Io e l’albume. Che non montava. Il “composto solido” era più un’idea, un concetto astratto. Di solido, semmai, c’era solo il cazzo, che non ne poteva più, e lì, in mezzo al disastro, mi è venuto in mente tutto.
Che è un po’ come con le persone, alla fine. All’inizio ti sembra semplice. Ti dici: basta un po’ d’impegno, un messaggio, un “come stai?”, un “ci sei?”.
E invece no.
Poi ti ritrovi che sei sempre tu, che fai spazio, che dici di no ad altro, perché avevi preso un impegno e poi l’impegno salta. E succede, sì. Ma quando succede troppe volte, uno si stanca.
E non è rabbia, davvero, è più quel sentirsi da soli dentro a qualcosa che dovrebbe essere in due e ti chiedi se l’altro c’è, o c’è a modo suo, ma tanto non si vede. E tu lo fai lo stesso, ti sforzi, ci metti tempo, presenza, testa.
Perché ti avevano detto che non ci si può adagiare. Che serve la voglia, di cercarsi, di sorprendersi e tu quella cosa lì non te la sei mai dimenticata. Il problema è che se lo fa uno solo, dopo un po’ si rompe.
Come il braccio, dopo mezz’ora di uova sbattute per niente. Ti senti scemo. Ti senti stanco. Ti senti finito. Hai dato tutto, e adesso non hai più niente da dare.
E allora smetti, non per vendetta, non per fare scena. Ma perché hai finito.
Ah, le meringhe alla fine sono venute molto buone.