Il filo che non reggeva
Ho dato tutto, senza chiedere nulla, se non il lusso di sentirmi visto. Era un bisogno semplice, quasi banale, ma che pesava più di quanto immaginassi. In cambio, ho ricevuto il vuoto. Non il vuoto di chi se ne va, ma quello di chi resta vicino senza mai esserci davvero.
Ero l’amico di cui non poteva fare a meno, ma solo quando tutto il resto era assente. Un rifugio temporaneo, un riparo dalla tempesta. Ma quando il cielo si schiariva, non ero più necessario. Ogni sorriso che le regalavo era un cerotto sulle mie ferite, e non mi rendevo conto che quei cerotti non curavano nulla: erano solo un’illusione. Le ferite restavano lì, aperte, a ricordarmi che non ero mai abbastanza, né per lei, né per me stesso.
Non era la sua indifferenza a farmi male, ma la mia ostinazione a cercare profondità dove c’era solo superficie. Continuavo a scavare, sperando di trovare qualcosa di più, ma ogni colpo mi riportava a terra, esausto. Sono rimasto, giorno dopo giorno, legato a un filo che non reggeva il peso delle mie emozioni. E sapevo che quel filo si sarebbe spezzato, ma non riuscivo a lasciarlo andare.
La sua presenza era un sollievo momentaneo, una tregua dalla mia solitudine. Ma ogni sua assenza mi ricordava quanto fossi solo davvero. Non mi ha mai promesso nulla, eppure ho aspettato tutto da lei. E quell’attesa mi ha distrutto. Non per quello che non mi ha dato, ma per quello che io stesso ho continuato a negarmi.
Forse il problema non è stato il filo che non reggeva, ma il fatto che io abbia scelto di appenderci tutto il peso del mio mondo. E ora mi trovo qui, tra i resti di quel filo spezzato, a cercare di capire come si ricomincia a vivere senza aspettare.