Sedermi
Ho pensato a me, oggi, ed è una cosa che non mi capita spesso. Non a me come si pensa ai vestiti da lavare o alle cose da fare domani, ma a me come a una persona che esiste davvero, una che forse guardo poco, una che c’è anche quando non la tratto bene.
Mi sono chiesto quando è stata l’ultima volta che mi sono detto qualcosa di gentile, qualcosa di vero, qualcosa che non fosse una mezza scusa o una frase detta per non sembrare troppo fragile. Non me lo ricordo, e già questo forse è un problema.
Allora ho deciso di sedermi, come quando ti siedi a parlare con qualcuno che ami e non vuoi perderti niente, neanche una sfumatura del volto. Solo che questa volta il volto era il mio, e non lo conoscevo bene. Non così bene da fidarmi.
Ho ripensato a tutte le volte in cui sono rimasto in piedi quando potevo sedermi, a tutte le volte in cui ho detto “sto bene” perché non volevo spiegare o perché non sapevo come fare, a tutte le volte in cui ho dato tempo, mani, ore, pezzi, come se fossero infiniti, come se io fossi infinito. Non lo sono, non lo sono stato mai.
Mi sono chiesto perché questa ostinazione a salvarli tutti tranne me, a tenerli stretti mentre io scivolavo, a dire “non fa niente” quando invece faceva, eccome se faceva.
Così mi sono guardato e mi sono visto un po’ consumato, un po’ arancione come certe sere in cui non succede niente ma pesa tutto, un po’ sgualcito come le magliette dimenticate sulle sedie, e per la prima volta non mi è venuto da giudicarmi. Mi è venuto da abbracciarmi. Non l’ho fatto, perché abbracciarsi da soli fa sempre un po’ ridere, però mentalmente sì, e forse basta.
Ho pensato a tutte le volte in cui ho messo in pausa me stesso per portare avanti storie, sorrisi, attese, promesse che non erano mie, e mi sono chiesto se lo farei ancora. La verità è che non lo so. Sto imparando che si può voler bene senza svuotarsi, che si può restare senza cadere dentro, che si può essere presenti senza sparire.
Questo pensiero, oggi, lo scrivo a me per ricordarmi che non sono un riparo temporaneo, non sono un filo che si spezza. Sono uno che ha camminato tanto, che ha perso, ritrovato, lasciato, ripreso, che ha tenuto forte anche quando non era richiesto, che ha fatto pace con i ricordi che non tornano nitidi, che ha accettato i giorni che non spiegano niente.
Allora mi dico che, se un giorno non avrò più la forza di scrivermi, di parlarmi, di ricordarmi che esisto, che valgo, che ho un cuore che si muove anche quando non lo sento, che ho una voce che non sempre riesco ad ascoltare, spero almeno di non dimenticare questo. Sono l’unica persona con cui vivrò fino all’ultimo giorno e forse è ora di trattarmi come si tratta qualcuno a cui si vuole bene.
E mentre chiudo queste righe mi viene da sorridere, perché forse, per la prima volta da tanto, mi sto volendo bene davvero. Anche così, male, goffamente, piano. Ma va bene. Va bene davvero.