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TextLuglio 2026

Trenta

Ho trent'anni. Da bambino pensavo che a trent'anni si arrivasse da qualche parte. Che ci fosse una porta, una stanza, una luce accesa. Invece ci sono arrivato e la porta non c'era. C'ero solo io. Seduto nello stesso posto, con le stesse domande che avevo a venti, solo un po' più stanco.

Da un po' di tempo mi sembra di odiare la mia vita. La routine. Il lavoro. Le persone. Poi ci penso meglio e mi accorgo che forse non è odio. L'odio è una parola troppo precisa. È più una stanchezza o forse è amore che non trova il posto giusto dove stare.

Forse non sono arrabbiato. Forse sono solo deluso. Per tanto tempo mi sono raccontato che il problema fosse una persona. Che bastasse darle un nome per sistemare tutto. Quando il dolore ha un indirizzo è rassicurante. Ma non era quella la verità o almeno non tutta.

Credo che il mio problema abbia un nome diverso, è una parola piccola, Fiducia. Ma pesa come una casa quando manca.

Non riesco più a fidarmi davvero. Mi sono scottato troppe volte e quando ci si scotta si smette di toccare anche quello che potrebbe fare bene.

Così provo a controllare tutto. Non perché mi piaccia avere il controllo. Anzi, mi stanca, però mi dà l'illusione che, se riesco a prevedere ogni cosa, allora forse nessuno riuscirà più a farmi male.

È una difesa e le difese, all'inizio, sembrano salvarti. Poi, senza accorgertene, diventano il recinto dentro cui resti a vivere.

Il controllo è una casa senza finestre. Ti protegge dalla tempesta, è vero. Però, insieme alla pioggia, tiene fuori anche il sole.

Allora resto lì, da solo con tutto quello che non dico. La gente pensa che il silenzio sia assenza di parole, ma non è così. Il silenzio è un rumore che nessuno sente, tranne chi lo abita. Dentro di me ci sono conversazioni intere che non avranno mai una voce. Abbracci che non ho chiesto. Scuse che non ho pronunciato. Grazie che sono rimasti incastrati in gola. Domande che continuano a bussare anche quando faccio finta di dormire.

Io non sono diventato freddo, sono diventato prudente e la prudenza, quando dura troppo, assomiglia terribilmente alla solitudine.

La verità è che mi manca qualcuno con cui abbassare le difese. Qualcuno davanti al quale non dover sembrare forte, interessante, brillante, risolto. Qualcuno davanti al quale poter dire semplicemente: oggi non ce la faccio e sentirmi rispondere: va bene così.

Ogni tanto mi domando quando ho smesso di essere quel ragazzo che credeva ancora che il mondo, in fondo, gli avrebbe restituito quello che dava. Non ricordo il giorno. Credo che certe cose non succedano all'improvviso. Succedono un millimetro alla volta.

Una delusione. Una promessa mancata. Una telefonata che non arriva.

Una porta chiusa. Un addio detto piano. Finché una mattina ti svegli e ti accorgi che hai costruito muri così alti da non riuscire più a vedere nemmeno il panorama che volevi proteggere.

Forse è questa la cosa che fa più male, non tutto quello che ho perso. Ma tutto quello a cui ho rinunciato per paura di perderlo.

Perché ci sono dolori che arrivano come una tempesta e poi passano e ce ne sono altri che fanno molto meno rumore. Ti si siedono accanto. Vivono con te. Invecchiano con te e un giorno ti accorgi che li chiami casa.

La speranza, forse, è che da qualche parte esista ancora quella parte di me che si fidava senza fare calcoli, non voglio che torni a essere ingenua. Vorrei solo che smettesse di avere paura.

Mi piacerebbe tornare a fidarmi. Non del mondo intero. Sarebbe troppo. Mi basterebbe ricominciare da una persona, poi da un'altra e magari, un giorno, anche da me stesso.

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