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TextSettembre 2026

Una fetta di torta

Ero al supermercato e davanti a me c’erano una madre e suo figlio.

Lei stava guardando uno scaffale, poi si è girata verso di lui e gli ha chiesto: «Vogliamo fare una torta pomeriggio?». Lui ha risposto subito: «Sììì».

Mi è rimasto in testa soprattutto quel sì.

Non la torta, non il pomeriggio. Quel modo di rispondere senza pensarci.

Da bambini molte cose succedevano così. Qualcuno proponeva qualcosa e, se ne avevi voglia, la facevi. Uscivi. Scendevi sotto casa. Prendevi un pallone. Suonavi a qualcuno. Non c’era molto altro tra il desiderio e quello che facevi.

Ora mi sembra che in mezzo ci sia sempre qualcosa.

Per vedersi bisogna trovare il giorno giusto, l’ora giusta, incastrare tutto. Anche per fare una partita a basket con degli amici può volerci una settimana di messaggi. O due. Prima si decide il giorno, poi qualcuno non può, poi si sposta, poi arriva quella data e magari siamo tutti stanchi.

Non è una tragedia. È solo che, a un certo punto, la vita diventa piena di passaggi.

E forse è questo che mi ha fatto pensare a quel bambino.

Per lui quella torta esisteva già. Non era ancora stata fatta, ma il pomeriggio aveva già preso una forma. C’erano sua madre, una cucina, qualcosa da preparare insieme. Gli bastava questo.

Mi sono chiesto quando abbiamo iniziato ad avere bisogno di più cose prima di dire sì.

Vale anche per l’affetto, credo.

Da piccoli era molto semplice far capire a qualcuno che gli volevi bene. Lo cercavi. Gli stavi vicino. Gli raccontavi qualcosa. Magari gli portavi una cosa che avevi trovato per terra e che per qualche motivo ti sembrava bellissima.

Poi crescendo impari a trattenerti.

Non sempre perché hai paura. A volte perché non sai più bene quale sia la misura giusta. Quanto dire, quanto esserci, quanto lasciare spazio.

Così alcune cose che potrebbero essere semplici diventano più lunghe.

Dire “mi manchi” a volte sembra più difficile di sentire la mancanza. Dire “vorrei vederti” può sembrare più grande del desiderio stesso. Forse perché, da adulti, ogni cosa sembra chiedere una spiegazione.

Io invece continuo ad avere questa esigenza un po’ infantile che certe cose possano restare lineari.

Se mi fai stare bene, vorrei potertelo dire. Se voglio passare del tempo con te, vorrei che questa fosse già una ragione sufficiente. Non sempre succede, e va bene, però ogni tanto mi accorgo che mi manca quella semplicità lì.

Non quella dell’infanzia raccontata come se fosse tutto perfetto. Non lo era. Anche da bambini c’erano giornate brutte, paure, delusioni enormi per cose piccolissime. Solo che spesso bastava qualcos’altro a spostare tutto: un amico che suonava, un pallone, una merenda, qualcosa da fare nel pomeriggio. O forse semplicemente non avevamo ancora imparato a portare ogni cosa con noi per così tanto tempo.

Quel bambino al supermercato non sapeva ancora come sarebbe venuta la torta. Non sapeva se sarebbe stata buona, se si sarebbe annoiato dopo dieci minuti o se sua madre avrebbe avuto davvero voglia di farla. Non gli serviva saperlo. Gli era bastato che qualcuno gli proponesse una cosa da fare insieme.

Credo sia questo che mi ha colpito davvero. Il fatto che una cosa possa essere bella anche prima di succedere, non perché sai già come andrà, ma perché per un momento non senti il bisogno di saperlo.

Forse crescendo non perdiamo davvero le cose semplici. Forse diventiamo soltanto meno capaci di riconoscerle quando ci passano davanti. Ci abituiamo a cercare qualcosa di più grande, di più chiaro, di più sicuro, e intanto certe cose minuscole continuano a succedere senza di noi.

Qualcuno che ti chiede se vuoi restare ancora un po’. Qualcuno che ti scrive perché gli sei venuto in mente. Un amico che ha voglia di vederti. Una persona che vorrebbe semplicemente fare qualcosa insieme.

E magari il punto non è tornare bambini. Forse è ricordarsi che non tutto deve avere una direzione, una garanzia o un futuro per avere valore. Alcune cose valgono già nel momento in cui qualcuno le propone e tu senti che vorresti esserci.

Quella madre, probabilmente, non ricorderà mai quella frase. Suo figlio forse nemmeno.

Io invece sì.

Perché in quel «Sììì» c’era una cosa che da adulti passiamo anni a cercare di recuperare: la capacità di essere felici per qualcosa che ancora non è successo, solo perché succederà insieme a qualcuno.

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